Borges e l'algoritmo

Stavo leggendo La Settimana Sovversiva di Kenobit, che a un certo punto sottolinea come il catalogo di Spotify contenga quasi tutta la musica mai pubblicata, eppure circa l’85% dei brani ha meno di mille ascolti. Un catalogo quasi infinito, una scelta quasi impossibile — e quindi sempre più delegata all’algoritmo.

Questa cosa mi ha riportato alla mente La Biblioteca di Babele di Borges. Le sale sono infinite, i libri quasi tutti intonsi. In un universo parallelo l’algoritmo raggiunge anche loro, e le persone che popolano quell’universo iniziano a trovare delle bussole — strumenti che, data una richiesta, le rimandano al libro più probabile. Gli sforzi si riducono. Dopo un po’, non bisogna nemmeno più camminare. Si ha accesso a tutto, si rimane in contatto con tutti. Ma la realtà che si costruisce — dai libri che si leggono, dalle persone con cui si discute — diventa sempre più solida e ristretta allo stesso tempo.

La cosa interessante è che il problema non è l’abbondanza in sé. È che l’abbondanza, senza un criterio, paralizza. E quando siamo paralizzati, tendiamo a delegare. Deleghiamo a Spotify, a Instagram, a YouTube. Deleghiamo a sistemi che ottimizzano — ma non necessariamente nel nostro interesse.

Chissà cosa avrebbe pensato Borges dell’algoritmo.




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